Cambiare pelle: Papa Francesco e la dittatura

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Immagine di Horacio Verbitsky
Horacio Verbitsky

Il 17 marzo “Página 12“, il più importante quotidiano indipendente argentino, pubblica l’ennesimo articolo del giornalista Horacio Verbitsky, uno dei massimi esperti mondiali della dittatura che insanguinò quel paese tra il 1976 e il 1983. In questo articolo, intitolato “Cambiare pelle“, Verbitsky conferma quanto detto rispetto al nuovo papa, il gesuita Jorge Mario Bergoglio, in particolare rispetto alla sparizione di due sacerdoti alle sue dipendenze, Orlando Yorio e Francisco Jalics, e spiegando meglio le cose e portando varie prove. Vediamo cosa dice.

La riconciliazione
Dalla Germania, dove Jalics vive ritirato in un monastero, il provinciale gesuita tedesco ha dichiarato che il sacerdote si è riconciliato con Bergoglio. Jalics, che oggi ha ottantacinque anni, ha spiegato di sentirsi riconciliato con “quegli avvenimenti, che per me sono un capitolo chiuso”, ma ha ripetuto di non voler commentare il ruolo svolto da Bergoglio. La riconciliazione per i cattolici è un sacramento. Per citare uno dei più importanti teologi argentini, Carmelo Giaquinta, consiste nel “perdonare di cuore il prossimo per le offese ricevute”. Per Jalics la riconciliazione significa che ha perdonato il male che gli è stato fatto. Questo gesto ci parla più di lui che di Bergoglio. Jalics non nega i fatti, che ha raccontato nel suo libro Ejercicios de meditación, del 1994: “Molte persone che sostenevano idee politiche di estrema destra non vedevano di buon occhio la nostra presenza nelle baraccopoli. Interpretavano il fatto che vivessimo lì come un sostegno alla guerriglia e decisero di denunciarci come terroristi. Noi sapevamo da dove arrivavano gli attacchi e chi era responsabile di queste calunnie. Allora andai a parlare con la persona in questione e gli spiegai che stava giocando con le nostre vite. L’uomo mi promise che avrebbe fatto sapere ai militari che non eravamo dei terroristi. Da successive dichiarazioni di un ufficiale e da trenta documenti ai quali ho potuto accedere in seguito, abbiamo verificato, senza ombra di dubbio, che quell’uomo non solo non aveva mantenuto la sua promessa, ma aveva perino presentato una falsa denuncia ai militari”. In un altro punto del libro, Jalics speciica che quella persona aveva “reso credibile la calunnia avvalendosi della sua autorità” e aveva “testimoniato davanti agli uiciali che ci avevano sequestrato che avevamo lavorato sulla scena dell’azione terroristica. Poco prima avevo detto a quella persona che stava giocando con le nostre vite. Doveva essere cosciente che, con le sue dichiarazioni, ci stava condannando a una morte sicura”. In una lettera scritta a Roma nel novembre del 1977 e indirizzata a padre Moura, assistente generale della Compagnia di Gesù, Orlando Yorio racconta la stessa cosa, sostituendo “una persona” con il nome di Jorge Mario Bergoglio. Nove anni prima del libro di Emilio Mignone, Iglesia y dictadura, e diciassette anni prima di quello di Jalics, Yorio aveva raccontato che Jalics parlò due volte con il provinciale, che “s’impegnò a mettere freno alle voci nella Compagnia e a parlare con le forze armate per testimoniare la nostra innocenza”. Descrive anche le critiche che circolavano nella Compagnia di Gesù contro di lui e contro Jalics: “Strane preghiere, convivenza con le donne, eresie, impegno con la guerriglia”. Nel suo libro Jalics racconta anche che nel 1980 ha bruciato i documenti probatori di quello che lui chiama “il reato” dei suoi persecutori. Fino a quel momento li aveva conservati con la segreta intenzione di usarli. “Da allora mi sento davvero libero e posso dire di aver perdonato con tutto il cuore”. Nel 1990, durante una delle sue visite nel paese, Jalics ha incontrato Emilio Fermín Mignone e sua moglie Angélica Sosa all’istituto Fe y Oración, di calle Oro 2760. Il sacerdote raccontò che dopo la sua liberazione Bergoglio non volle farlo restare nel paese e parlò con tutti i vescovi perché non lo accettassero nelle loro diocesi nel caso in cui si ritirasse dalla Compagnia di Gesù.
Non sono affermazioni di Página 12, ma di Orlando Yorio e Francisco Jalics.

Emerge quindi chiaramente, dalle parole dei due sacerdoti sequestrati in quegli anni, la diretta responsabilità dell’attuale Papa. Parole che oggi non sono state riportate correttamente, dagli organi dell'”informazione”, a parte il settimanale Internazionale, che pubblica per intero l’articolo di cui stiamo parlando. Ma chi è Emilio Mignone, che accusa così pesantemente il novello Papa? Ce lo dice sempre Verbitsky:

Le accuse erano di Emilio Mignone, direttore dell’organo ufficiale dell’Azione cattolica, Antorcha, fondatore dell’Unión federal demócrata cristiana e viceministro per l’istruzione della provincia di Buenos Aires e dell’Argentina. Non è possibile ottenere nessuna di queste cariche senza la benedizione episcopale. Nel suo libro del 1986, Mignone scrive che i militari pulirono “il cortile interno della chiesa con il consenso dei prelati”. Il vicepresidente della conferenza episcopale, Vicente Zazpe, disse a Mignone che poco dopo il colpo di stato la chiesa si accordò con la giunta militare: prima di arrestare un sacerdote, le forze armate avrebbero avvisato il vescovo di riferimento. Mignone scrive che “in alcuni casi il via libera fu dato dagli stessi vescovi” e le forze armate interpretarono il ritiro delle licenze a Yorio e a Jalics, e le “manifestazioni critiche del loro provinciale gesuita, Jorge Bergoglio, come un’autorizzazione a procedere”. Per Mignone, Bergoglio è uno dei “pastori che consegnarono le loro pecorelle al nemico senza difenderle né andare in loro soccorso”.

Ma non è tutto, continua a raccontarci il giornalista argentino, perché poco tempo dopo, nel corso delle sue ricerche sui rapporti tra dittatura e le Chiesa argentina, si imbatté in alcuni interessanti documenti.

Negli archivi del ministero degli esteri mi sono imbattuto per caso in un fascicolo con alcuni documenti che, secondo me, mettono ine al dibattito sul ruolo di Bergoglio nel caso Yorio e Jalics. La storia che racconta questo fascicolo ha qualcosa di familiare. Una volta rimesso in libertà, nel novembre del 1976, Jalics andò in Germania. Nel 1979 il suo passaporto era scaduto e Bergoglio chiese alla cancelleria di rinnovarglielo senza farlo rientrare nel paese. Il direttore del culto cattolico della cancelleria, Anselmo Orcoyen, raccomandò di riiutare la richiesta “in considerazione dei precedenti del richiedente”, forniti “dallo stesso padre Bergoglio, irmatario della nota, con una speciale raccomandazione di non dare luogo a una richiesta simile”. Diceva che Jalics aveva avuto dei conlitti di obbedienza e aveva mantenuto un’attività dissoluta in congregazioni religiose femminili, e che fu “detenuto” all’Esma insieme a Yorio, “sospettato di avere contatti con i guerriglieri”. Insomma, le stesse accuse che avevano fatto Yorio e Jalics (confermate da vari sacerdoti e laici con cui ho parlato): faceva inta di aiutarli, ma alle spalle Bergoglio li accusava. È logico che questo fatto del 1979 non basta per una condanna penale per il sequestro del 1976. Il documento irmato da Orcoyen non fu neanche inserito nel fascicolo, ma mostra una linea di condotta. Sarebbe troppo affermare che Orcoyen, il direttore del culto cattolico della dittatura, sia coinvolto in un complotto contro la chiesa. Per questo Bergoglio e il suo portavoce tacciono su questi documenti e preferiscono screditare chi li ha trovati, conservati e pubblicati.

Il nostro cita anche il commento di un sacerdote gesuita, Juan Luis Moyano Walker, morto sei anni fa e che era stato amico intimo di Bergoglio:

La marina non se la prendeva con nessuno della chiesa che non disturbasse la chiesa stessa. La Compagnia non ha svolto un ruolo profetico e di denuncia, a diferenza dei pallottini o dei passionisti, perché Bergoglio aveva un legame con Massera. Non solo per i casi di Yorio, Jalics e Mónica Mignone, il cui sequestro non fu mai denunciato pubblicamente dalla Compagnia. Anche altri due sacerdoti (Luis Dourrón, che poi ha lasciato l’abito, ed Enrique Rastellini) lavoravano nella baraccopoli di Bajo Flores, a Buenos Aires. Bergoglio gli chiese di andarsene di lì e quando riiutarono fece sapere ai militari che non li proteggeva più. Con quel segnale, li sequestrarono.

Che Chiesa, e che Papa, ci vengono descritti in queste vicende? A mio modesto avviso ci viene descritta una classe dirigente come minimo complice moralmente – ma probabilmente anche praticamente – di quanto accadde tra il 1976 e il 1983 in Argentina. Che, è sempre bene ricordarlo, significa essere complici di almeno 30.000 desaparecidos e oltre un milione di esiliati e via discorrendo. Una Chiesa, e una gerarchia, che appoggiò e sostenne questa dittatura, e ne fu partecipe, come ci racconta sempre Horacio Verbitsky:

Nel 1995, un anno dopo il libro di Jalics, pubblicai Il volo, il libro in cui il capitano di fregata Adolfo Scilingo confessa di aver gettato trenta persone ancora vive in mare dagli aerei dell’esercito e della prefettura, dopo averle drogate. Scilingo spiega anche che questo metodo fu approvato dalla gerarchia ecclesiastica, che considerava il volo una forma cristiana di morte, e che i cappellani dell’esercito consolavano quelli che tornavano turbati da queste missioni con parabole bibliche sulla separazione della zizzania dal grano.

Questo tipo di Chiesa, questo tipo di Papa, Francesco 1°.

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