Il papa argentino, la dittatura, l’Operazione Condor

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Immagine di Jorge M. Bergoglio (Il nuovo Papa) e J. R. Videla dittatore argentino dal 1976 al 1981
Pio Laghi (e non Jorge M. Bergoglio), nunzio apostolico in Argentina tra il 1974 e il 1980 e J. R. Videla dittatore argentino dal 1976 al 1981

Il nuovo papa è argentino: Jorge Mario Bergoglio, gesuita, arcivescovo di Buenos Aires. Appena ho letto la notizia, ieri sera, la prima cosa che ho pensato è stato: che rapporti avrà avuto con la giunta militare che fece 40.000 desaparecidos tra il 1976 e il 1982?

Il rapporto ce lo regala il più importante storico della dittatura argentina, il giornalista Horacio Verbitsky, autore di tre libri fondamentali per conoscere e capire l’orrore della dittatura nel paese sudamericano:

In questi libri l’autore ci racconta, usando testimonianze e fonti interne la dittatura e le varie gerarchie, come venivano uccisi gli oppositori la dittatura in quegli anni e di quanto fosse stata complice la Chiesa cattolica e le sue più importanti gerarchie. Da quest’ultimo punto di vista è agghiacciante una recente intervista rilasciata da Verbitsky in cui, grazie alla scoperta di un documento esclusivo dell’archivio della Conferenza Episcopale dell’Argentina, il n. 10.949 del fascicolo 24-II, si trovano le prove che i più alti prelati della Chiesa argentina venivano informati sulle uccisioni illegali e si accordavano con il dittatore Jorge Videla per evitare che i familiari e l’opinione pubblica internazionale continuassero a chiedere spiegazioni. Lo riporto per intero:

Il noto scrittore e giornalista argentino ci racconta del valore del documento 10.949 da lui visionato in anteprima e ora consegnato alle autorità giudiziarie del suo paese. Il documento riporta i colloqui risalenti ad aprile del 1978 tra il generale Jorge Videla, il presidente della Conferenza Episcopale argentina Raùl Francisco Primatesta e i suoi vice presidenti Vicente Zapza e Juan Aramburu. Secondo Verbitsky anche in Vaticano sapevano tutto sulle violenze della dittatura, sugli eccidi, le violazioni dei diritti umani e sulle sparizioni, di studenti, attivisti e anche di religiosi che lavoravano a fianco dei più poveri del paese.

D. Cosa, in particolare, hai scoperto e qual è l’importanza del documento da te reso pubblico?

V. Ho potuto visionare una copia di un documento originale della Chiesa cattolica argentina. Si tratta di annotazioni dei principali esponenti della chiesa argentina, redatte in forma di lettera dal cardinale Primatesta, dopo un pranzo avuto con il dittatore Jorge Videla del 1978. Al pranzo erano presenti, oltre a Videla e Primatesta, Aramburu e Zapze, vicepresidenti della Conferenza episcopale argentina. Si riporta quanto detto dal generale che riconosceva che i desaparecidos venivano uccisi dalla dittatura. Insieme i convenuti analizzano quale fosse la maniera più giusta per raccontare alla società argentina la situazione dei desaparecidos. Il dialogo è di una sincerità impressionante; Chiesa e Dittatura si parlano come dei soci in affari. I prelati chiedono a Videla di dare delle spiegazioni alla società perché la pressione dei parenti degli scomparsi si stava facendo molto forte. Il dittatore risponde di avere delle difficoltà a fare quanto richiesto: tirare fuori una lista di persone scomparse e dire che erano state uccise avrebbe implicato necessariamente una spiegazione sul perché erano stati uccise, da chi e dove fossero i resti. Sarebbe stato inoltre un problema per chi aveva fatto il ‘lavoro sporco’ di uccidere e far scomparire i corpi.

D. Il documento è ancora più impressionante per la caratura dei personaggi coinvolti nel dialogo. Da una parte il dittatore Jorge Videla e dall’altra il Cardinale Primatesta, presidente dell’Episcopato argentino e i suoi vicepresidenti. L’altra circostanza che attira l’attenzione è il fatto che, dopo avere ricevuto da Videla queste informazioni, i Vescovi sembrano chiedere disposizioni su come procedere per evitare che ci fosse una fuga di notizie e che le famiglie degli scomparsi e l’opinione pubblica internazionale si muovessero di conseguenza.

H.V. Certamente. Emerge un livello di complicità impensabile che nessuno immaginava così profondo prima della lettura di questo documento. Quando il materiale è uscito su Pagina 12, il giornale su cui scrivo, la giustizia argentina che sta investigando sui crimini della dittatura ha chiesto immediatamente alla Conferenza episcopale di procedere alla consegna dell’originale e due settimane fa questo è avvenuto.

D. Come sei entrato in possesso del documento?

H.V. Quando ho iniziato le mie ricerche sui contatti tra la Chiesa cattolica e la dittatura ho chiesto al presidente della Conferenza episcopale di poter accedere agli archivi ma mi è stato risposto, attraverso una lettera ufficiale, che non esistevano archivi. Non ci ho creduto. Allora ho cercato dei contatti informali con persone che appartengono alla Chiesa, che non è una struttura monolitica come desidererebbero le gerarchie. Lo dimostra anche ciò che sta accedendo in Vaticano in questi giorni coinvolgendo lo stesso Benedetto XVI. Alla fine ho trovato delle persone che non erano d’accordo con la politica del silenzio e delle bugie e che mi hanno aiutato.

D. Come stanno andando i processi ai crimini della dittatura in Argentina, aperti solo negli ultimi anni sotto le presidenze Kirchner/Fernandez?

H.V. Fino ad oggi sono stati condannati 253 carnefici della dittatura e sono state assolte in tutto 20 persone. Questo vuol dire poco meno del 10% di assoluzioni e quindi che si tratta di processi veri e limpidi in cui gli imputati hanno la possibilità di difendersi ed essere assolti se non ci sono prove schiaccianti.

D. Sono molti anni che stai svolgendo ricerche su questo tema, ricordiamo il tuo libro ‘L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina’ tradotto in Italia da Fandango. Da quello che hai potuto leggere, sapere, sentire ma anche dalle tue sensazioni: quale era il livello di conoscenza dei crimini che stavano accadendo in Argentina nelle più alte cariche vaticane?

H.V. Il Vaticano sapeva tutto. Non ignorava assolutamente nulla. Ad esempio il documento di cui abbiamo parlato è stato scritto da Primatesta per essere inviato a Roma, alla Santa Sede. Lo stesso Pontefice Paolo VI che fu molto critico con la dittatura di Pinochet in Cile non usò lo stesso metro di giudizio con l’Argentina di quegli anni. Quando Pinochet chiese che il cardinale Raul Silva Henriquez, che si opponeva al suo regime, fosse spostato in un altro paese, Paolo VI non acconsentì. Lo stesso pontefice invece ricevette in Vaticano l’ammiraglio Massera e commentò che era rimasto affascinato dalla sua personalità tanto da inviare una benedizione alla Giunta militare e soprattutto non fece mai una dichiarazione sulla situazione dei desaparecidos. La prima volta che la Santa Sede si è espressa in maniera critica nei confronti della dittatura argentina è stato nel 1980 con Giovanni Paolo II; una dichiarazione che in realtà mostrava semplicemente comprensione verso le vittime e i loro familiari senza entrare nel merito.

Ma anche su Bergoglio Horacio Verbitsky ha da dire delle cose. Anche qui riporto tutto, per comodita, riprendendo un vecchio articolo di Peace Reporter riproposto proprio oggi da Baruda sul suo blog:

I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro.

La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.

Botta e risposta. Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza.

E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché no ho mai creduto che lo fossero”.

Ma… Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”.

Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo”.

Per capire il contesto di cui si sta parlando, gli anni ’70 in America del Sud, bisogna ricordare e portare alla memoria la pochissimo conosciuta “Operazione Condor” che, citando Wikipedia – che sicuramente non può essere accusata di comunismo, anzi – dice

Operazione Condor fu il nome dato dall’establishment dei servizi segreti U.S.A. ad una massiccia operazione di politica estera statunitense, che ebbe luogo negli anni settanta, volta a tutelare tutti quegli stati centro e sudamericani dove l’influenza socialista e comunista era ritenuta troppo potente, nonché a reprimere le varie opposizioni ai governi partecipi dell’iniziativa.

Tale operazione coinvolse in primo luogo la C.I.A., il servizio segreto statunitense, oltre che apparati militari, organizzazioni di estrema destra, partiti politici e movimenti di guerriglia anticomunisti sudamericani. Tutte queste organizzazioni furono utilizzate come strumento, in svariati stati, per rovesciare governi anche eletti democraticamente come quello di Salvador Allende in Cile. Furono stanziate sostanziose somme per portare a termine questo massiccio piano politico, poiché gli interessi economici in gioco erano alti, vista la ricchezza, soprattutto di materie prime, dell’America Meridionale. La C.I.A. fornì sempre e comunque sostegno, copertura, assistenza e denaro ai servizi segreti golpisti sudamericani, nonché addestramento presso il Western Hemisphere Institute for Security Cooperation e anche negli Stati Uniti.

Le procedure per mettere in atto questi piani furono di volta in volta diverse, tutte però ebbero in comune il ricorso sistematico alla tortura e all’omicidio degli oppositori politici[2]. Spesso ambasciatori, politici o dissidenti rifugiati all’estero furono assassinati anche oltre i confini dell’America Latina. Alcune fra le nazioni coinvolte furono Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Perù, Paraguay e Uruguay.

Perché parlare dell’Operazione Condor quando si parla dell’elezione del nuovo papa cattolico. Per quanto sopra, ovviamente: la dittatura argentina, come quella Cilena e le altre sud americane di quegli anni, furono direttamente influenzate dagli Stati Uniti. Anche questa affermazione è molto facilmente documentabile, grazie al lavoro svolto presso la George Washington University dal National Security Archive, fondato nel 1985 e che raccoglie i documenti segreti declassificati dei governi occidentali, in primis quello degli USA. In questo archivio è possibile trovare tutti i documenti che provano l’intervento diretto delle amministrazioni USA nei colpi di stato del Cile del 1973, della giunta argentina di cui stiamo parlando, dell’Operazione Condor in generale, ma anche di tanti altri interventi antidemocratici attuati in tutto il mondo.

Un paio di documenti a caso, tanto per far capire di cosa si tratta:

Ovviamente è un archivio pochissimo usato dai giornalisti e dagli storici italiani…

Dell’Operazione Condor, però, se ne sta occupando anche parte della stampa italiana in questi giorni, e il manifesto in particolare, perché proprio in Argentina è iniziato in questi giorni il primo processo in cui uno stato porta alla sbarra un altro governo – gli USA – per i reati commessi proprio negli anni di cui parlavamo sopra.

Erano gli anni Settanta e gli Stati Uniti temevano che il terremoto comunista scuotesse l’America Latina. Così decisero di finanziare, appoggiare e unire in una rete sovranazionale le peggiori destre para-fasciste del Cono Sud, che dì li a poco avrebbero preso il potere nei rispettivi paesi. Oggi l’Argentina è il primo paese ad accusare indirettamente gli Stati Uniti di aver aiutato quei governi illeciti. Per farlo, chiama a giudizio 25 ufficiali in congedo, di cui i più famigerati sono senza dubbio gli ex dittatori Jorge Videla (nella foto) e Reynaldo Bignone, accusati di aver sequestrato illegalmente 103 persone di varie nazionalità sudamericane, in favore dei propri interessi controrivoluzionari e di quelli dei paesi limitrofi, facendone in molti casi sparire per sempre le spoglie.

Questo ci racconta Filippo Fiorini su il manifesto del 6 marzo a pagina 9, uno dei tanti articoli che il quotidiano comunista dedica all’argomento:

Insomma, saranno anche coincidenze, ma proprio ora abbiamo un papa sud americano, in una fase politica in cui quel continente sta esprimendo il meglio della sinistra internazionale anche a livello istituzionale, in cui stanno emergendo le responsabilità di decenni di terrorismo e fascismo istituzionalizzato ed eterodiretto; in cui quel continente sta avendo uno sviluppo economico e sociale straordinari, senza per questo dimenticarsi degli ultimi. Proprio in questa situazione, che preoccupa moltissimo Europa, Stati Uniti e Vaticano, ecco che ti scappa fuori un papa argentino, con quel passato.

Buffo no?

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