Cosa succede quando seghi il ramo su cui stai seduto: la sinistra italiana nel 2013

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Immagine di una manifestazione a Genvova nel 2001
La storia siamo noi: Genova 2001

Qualche sera fa ho visto la parte finale dello Speciale Presa diretta di Riccardo Iacona dedicato a Grillo ed al successo del Movimento 5 Stelle alle recenti elezioni politiche (http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-85c2d6eb-e4f2-4a4c-8068-1be408ffa691.html?refresh_ce), tra cui le interviste a Nichi Vendola e a Pierluigi Bersani.

Al di là delle differenze tra i due la cosa che mi ha colpito, lo devo ammettere, è stata che, almeno a livello retorico, entrambi hanno dato l’impressione di aver capito che il voto a Grillo è stato, in primis, una serie di richieste chiare, da parte di tanti cittadini: partecipazione, trasparenza, etica. Sono cose che sia Vendola che Bersani hanno detto chiaramente, durante l’intervista con Iacona. Ed entrambi, in modi neanche tanto diversi, hanno detto che se la “sinistra” vuole avere la possibilità di continuare ad esistere, deve essere in grado di dare delle risposte concrete ed immediate a queste richieste.

E qui, a mio avviso, abbiamo il vero problema: l’attuale sinistra istituzionale – e non – è da parecchio tempo che non ha più le basi minime per fare quanto proposto da Bersani e Vendola. Vediamo perché.

Nel caso di Bersani e del Pd è almeno da metà anni ’90, da dopo la teorizzazione veltroniana del “partito leggero” e dalla messa in pratica di questa teoria – da una parte col referendum sul maggioritario del ’93 e dall’altra con lo smantellamento delle sedi territoriali del vecchio Pci – che gli eredi del partito comunista non hanno più una presenza capillare sul territorio, unico modo per poter avere un rapporto non saltuario e non strumentale con i cittadini. Che, invece, è esattamente quello che è riuscito a fare, nel corso degli ultimi anni, il “movimento” creato da Beppe Grillo.

Gli esempi di quanto sopra potrebbero essere infiniti. Mi accontento della mia esperienza personale, di persona che da 23 anni vive in Toscana e da 10 in un piccolo comune della provincia di Grosseto, in un territorio che dalla fine della seconda guerra mondiale è dominio assoluto del Pci/Pds/Pd, e che ad oggi – almeno da che ci vivo io – non vede una presenza seppur minima del partito sul territorio. Se si andasse a cercare la presenza di una sede del Pd (ma anche degli alti partiti della sinistra istituzionale, SEL e Prc compresi) nel mio territorio, si troverebbero, malamente e dovendo girare parecchio, un paio di posti sempre chiusi. Questo rispetto ad un paio di decenni fa, quando in questo territorio, anche nelle frazioni più minuscole (si parla di centri abitati da poche centinaia di persone) c’erano le sedi dei principali partiti, aperte e partecipate, ed ogni anno si tenevano le feste degli stessi.

Dico questo non perché sono nostalgico del mitico passato del Partito comunista – che non sono, anzi; ma per cercare di capire come sia successo che un’organizzazione che fino ai primi anni ’90 aveva una ramificazione territoriale eccezionale – fatta di sedi, circoli, bocciofile, Arci, case del popolo – oggi sia praticamente inesistente. Questa è una delle possibili chiavi di lettura per capire, e provare a spiegare, da dove nasca l’enorme separatezza tra i i politici di professione di “sinistra” e i cittadini.

Nel caso di SEL e Prc vale un discorso molto simile, ma da datare a 10 anni dopo. Fino al 2003 Rifondazione comunista – che allora teneva ancora assieme le due anime, arrivando ad avere, elettoralmente parlando, un sano 6% alla camera e 7% al senato (nel 2006; senza contare il 2% di Comunisti italiani e un altro 2% dei Verdi) – era un partito, almeno in molte zone d’Italia, che riusciva ad avere ancora caratteristiche di apertura e condivisione con i cittadini molto sviluppate. Sempre partendo dalla mia esperienza, nella città di Siena, dove ho vissuto per 13 anni, gran parte di quello che è stato “movimento” è passato, bene o male, per le stanze della federazione senese di Rifondazione (e prima del 1991 in quelle di Democrazia Proletaria, fino a quando quest’ultima non è confluita nel Prc partecipando alla sua fondazione). Che NON vuole dire che tutto il “movimento” senese era Rifondazione: vuol dire che, per esempio, tutte le volte che avevamo bisogno di un posto dove fare una riunione, o di materiali per fare iniziative, Rifondazione è sempre stata al servizio. Tutto il dibattito di “movimento” vedeva la partecipazione di Rifondazione, e spesso eravamo chiamati a partecipare a parte del dibattito interno di quel partito. Senza chiedere nulla in cambio. Ne parlo per esperienza diretta, visto che mi sono ritrovato ad avere le chiavi della federazione di Rifondazione pur non essendo un iscritto – non sono mai stato iscritto a nessun partito – e non essendone neanche un elettore, cosa peraltro nota a tutte/i.

Questa pratica non era esente da contraddizioni e conflitti: famoso e gustoso quello della primavera del 2001, quando si scoprì che a Siena si sarebbe tenuto un “Cantiere sociale” organizzato, letteralmente piovuto dall’alto, dall’allora settimanale Carta e dagli indigeni militonti di Attac, senza che venissero coinvolte e neanche avvertite le realtà di “movimento” locali: si seppe tutto dalla lettura dei giornali cittadini che annunciavano l’evento. L’organizzazione, però, a livello nazionale, vedeva anche la partecipazione dei Giovani comunisti – organizzazione giovanile del Prc – di cui facevano parte compagne e compagni che erano parte attiva dei collettivi e del “movimento” senese. Dopo un’accesa riunione si decise di andare a contestare l’apertura del “Cantiere sociale”, proprio per la sua natura poco sociale e molto calata dall’alto, cosa che però provocò un grosso scazzo interno ai Giovani comunisti senesi con tanto di arrivo di dirigente nazionale a far da pompiere.

Col 2003 e con la decisione della dirigenza dl Prc di entrare in quello che poi sarebbe diventato l’Ulivo (con i risultati elettorali di cui sopra), questo legame venne meno, il partito pensò bene di passare all’incasso, credendo di avere dalla sua parte il “movimento” italiano – ed in parte era varo, se si va a vedere i rapporti diretti, anche lavorativi, che molti noti esponenti di spicco (leaders) del “movimento” avevano col partito di Bertinotti – cosa che poi, nel 2008 si rivelò in tutta la sua fallacia, con l’uscita del partito dal parlamento, la rottura con Vendola e la fine ingloriosa del movimento comunista istituzionale italiano, nato a Livorno nel 1921.

Anche il “movimento” vero e proprio, però, cioè quella parte importante della sinistra italiana non istituzionale, ha visto negli stessi anni prendere una china autoreferenziale e minoritaria che l’ha portata allo stato attuale, di quasi ininfluenza sociale. Eppure il “movimento” fino a metà anni ’90 ha avuto una grandissima capacità di autonomia, sia politica che culturale, che l’ha portato – nell’isolamento quasi completo e sotto l’attacco quasi costante di una repressione molto pesante – a riuscire a costruire un immaginario molto potente e diffuso, fatto di luoghi – i centri sociali – di teoria – le tante riviste uscite in quegli anni, da Decoder a DeriveApprodi, di cultura – i tanti infoshop, le case editrici, la musica con il “movimento delle posse”, che hanno prodotto gruppi divenuti famosi anche fuori dal circuito stretto dei centri, come i 99 posse e gli Almamegretta e gli Assalti frontali  che hanno influito anche su famosi autori cinematografici come Gabriele Salvatores. Era possibile, nei primi anni ’90, all’incirca fino al 1996, andare in giro per l’Italia, anche nella provincia più estrema, e trovare un centro sociale accogliente, un infoshop, un collettivo, una casa occupata.

A metà anni ’90 il “movimento dei centri sociali” si divide, su tematiche che oggi possono sembrare oziose – e forse lo erano anche allora – ma che, penso, avevano a che fare anche con quello che ci sta capitando oggi: quanto un “movimento”, ma anche un partito, rischia, istituzionalizzandosi, di separarsi dal resto della massa dei cittadini? Quello che si determinò allora, di fatto, fu una frattura fra chi voleva iniziare un approccio verso le parti più sensibili della sinistra istituzionale – Rifondazione in testa – anche nell’ottica di una partecipazione a ruoli di governo, come nel caso di Daniele Farina del Leoncavallo, che divenne prima consigliere comunale, poi deputato alla camera per finire a fare, dal 2010, il coordinatore provinciale di SEL a Milano e finire nuovamente eletto nelle recenti elezioni politiche, sempre per il partito di Vendola. Il Leoncavallo, intanto, è di fatto diventato una sezione di SEL; o come nel caso di Massimiliano Smeriglio, che è passato dall’essere uno dei leader dei Comitati Autonomi Universitari negli anni ’80 a Roma a fare prima il presidente del Municipio XI della capitale, poi deputato nel 2006 con Rifondazione e infine assessore al Lavoro e alla Formazione della Provincia di Roma ed ora, pure lui, eletto con SEL alle ultime elezioni politiche; e chi, al contrario, nel “movimento” dei centri sociali voleva mantenere e consolidare quell’autonomia che si era avuta fino ad allora e che non avrebbe dovuto essere separazione.

Questo non per stigmatizzare percorsi rispettabilissimi, ma per sottolineare come anche all’interno del “movimento” ci sono stati spostamenti grossi – quelli sopra sono solo due esempi dei moltissimi che si potrebbero fare – nella direzione di un’istituzionalizzazione che non ha portato il “movimento” stesso a riuscire a muoversi su due piani, ma a muoversi solo verso uno dei due, senza la capacità, per l’ennesima volta, di consolidare quanto costruito nella fase precedente, di rimanere ancorato ai territori, prima di passare alla fase successiva.

Con l’esplosione del “movimento di Seattle”, nel 1999, anche e soprattutto in Italia deflagra “il movimento dei movimenti”, il “movimento noglobal”, tanto per usare definizioni giornalistiche tristi e poco attinenti alla realtà. E’ una stagione ricchissima di partecipazione, soprattutto da parte di una generazione giovanissima e piuttosto libera di tanti condizionamenti che, invece, avevamo noi “vecchi”. Una generazione che pone fortemente il tema della partecipazione, appunto, ma anche della democrazia diretta, del rifiuto della delega, dell’orizzontalità nel prendere le decisioni; ma anche di un diverso approccio e di un uso creativo delle tecnologie di comunicazione (anche perché i tempi erano maturi), tanto che alcune “organizzazioni” di spicco di quegli anni – una su tutte Indymedia, ma non solo – decisero di usare, per prendere tutte le decisioni interne al gruppo, il metodo del consenso: cioè un processo decisionale di gruppo, che ha come obiettivo quello di pervenire a una decisione consensuale, cioè che non sia solo l’espressione dell’accordo tra la maggioranza dei partecipanti, ma che integri nella decisione anche le obiezioni della minoranza. Il tutto in maniera pubblica e trasparente, attraverso mailing list pubbliche a cui chiunque poteva iscriversi, senza filtro alcuno.

Se andiamo a vedere le domande espresse dal voto dai grillini alle ultime elezioni politiche possiamo vedere che molte risposte erano già presenti nei movimenti che diedero vita alla lunga fase di movimento che finì tragicamente nelle strade di Genova nel 2001 con l’assassinio di Carlo Giuliani.
Ma sarebbe sbagliato dare la responsabilità della fine di quel movimento “solo” alla repressione poliziesca, che pure ci fu, e feroce, e un giorno andrà analizzata storicamente come si deve: parte non piccola di quella responsabilità sta nella classe dirigente di quel “movimento”, tanto nella sua parte istituzionale che in quella più direttamente movimentista, che non ebbe la capacità di … ma anzi schiacciò la voglia di autonomia delle tante/i che si affacciarono allora per la prima volta nel mondo della politica, cercando di “portali” dalla propria parte.

Anche in questo caso porto la mia esperienza diretta: tornati da Genova nell’estate del 2001, dopo esserci leccati le pesati ferite – chi quelle fisiche, chi quelle psicologiche, chi purtroppo entrambe – l’autunno ripartì con grande entusiasmo, e anche nella sonnacchiosa città di Siena nacque il Social Forum, così come praticamente in tutto il resto d’Italia. Esperienza a cui iniziai a partecipare un po’ titubante,per poi ricredermi appena messo piede nella sala preposta alla riunione: ci saranno state 60 persone – che per Siena era un’enormità – di cui almeno il 90% a me sconosciute (ed erano ormai 10 anni che militavo quotidianamente nel “movimento” senese, fatto tutto sommato di poche persone che si conoscevano praticamente tutte). Anche a Siena la voglia di esserci, di partecipare, di dire la propria, a prescindere dall’esperienza e dalla capacità – tutte cose che si acquisiscono col tempo – era forte, e le giornate di Genova avevano sì spaventato tante/i, ma avevano anche fatto vedere che quel “movimento” non era fatto dai soliti estremisti che volevano spaccare tutto – a prescindere da quel che dicevano i giornali – ma da gente che voleva discutere, ragionare e proporre cose che potessero migliorare la vita di tutte/i, e non solo nella grassa e ricca Europa.

La festa durò si e no tre riunioni. Tutti i gruppi presenti – e purtroppo pure il mio, me compreso – fecero il possibile per portare dalla propria parte i presenti, con lunghissimi e pallossissimi discorsi; con i metodi tradizionali e vergognosi del cammellamento dell’assemblea, ottenendo come unico risultato di ritrovarsi, dopo poco, ad essere i soliti 10 che sempre facevano e sempre si conoscevano. Per quel che mi posso ricordare lo stesso accadde a livello nazionale, ed anche in questo caso la festa finì, tristemente, al Social Forum Europeo di Firenze nel 2002.

Da allora il “movimento” si è frammentato in tanti rivoli – alcuni potenti e ricchi di immaginario, come i NO TAV, la stragrande maggioranza degli altri molto meno – che hanno tutti la caratteristica di essere estremamente territoriali. Che non è detto sia un “male”, anzi. Ma la mancanza di coordinamento, l’incapacità di ri/conoscersi, la mancanza di dialogo e ragionamento comune, ha fatto si che, a parte pochissime eccezioni, si perdesse lo sguardo generale della situazione. Ognuno si guarda il proprio ombelico, ogni situazione è concentrata su se stessa, e non si riesce a creare, a spingere forte sull’immaginazione della “gente comune”, che vive spersa e disillusa sui propri territori, spesso impotente di fronte a grosse minacce alla salute e all’ambiente, oltre che ai diritti sociali e politici.

Anche in questo caso faccio un esempio personale: dove vivo, sul Monte Amiata, c’è l’enorme problema della Geotermia. Questa è spacciata come energia “verde e rinnovabile”, ma non è nell’una nell’altra. L’ARS Toscana (l’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana http://www.ars.toscana.it/) ha prodotto uno studio dove si di/mostra che nei comuni geotermici dell’Amiata c’è un aumento medio di morte per tumore del 13% rispetto ai comuni limitrofi non geotermici e al resto della regione. Ciò significa che, almeno in parte, questo incremento di mortalità è diretta conseguenza della Geotermia (per maggiori informazioni potete visitare il sito del Coordinamento SOS Geotermia: http://sosgeotermia.noblogs.org).

Mi aspetterei che anche questa semplice notizia dovrebbe scatenare negli abitanti di queste zone rabbia e ribellione, però nulla. C’è un Coordinamento di comitati e di persone singole – nell’ordine di una manciata di persone – che, bene o male, cerca di informare la popolazione di quel che sta accadendo, organizzando dibattiti, interventi, manifestazioni, senza ottenere il minimo risultato, o quasi. Chiacchierando con la gente si scopre che se non tutte/i molte/i sanno quel che succede, ma l’impotenza è più forte tanto della paura e che della rabbia. Non è un caso che tutto ciò accada “rossa” Toscana: i principali responsabili di questa situazione – a parte l’ENEL che è la produttrice degli impianti – sono i politici locali al governo. Cioè Pd, SEL e Rifondazione comunista.

Tutto questo gran chiacchierare per dire cosa? Per dire che negli ultimi 10 anni la “sinistra”, moderata e radicale; istituzionale e di “movimento” si è suicidata, regalando a Grillo e ai grillini temi e pratiche che da sempre sono sue, che per anni ha praticato e portato avanti. Siamo “noi”, sinistra, che siamo venuti meno. Ed il vuoto è stato riempito da altre/i.

Aggiornamento di primavera, del 21 marzo

Massimiliano Smeriglio oltre che parlamentare da ieri è anche vice presidente della Regione Lazio con delega alla scuola e alla formazione”, come si può leggere sul Corriere online.

Che dire: meglio lui che tant@ altr@, ma sicuramente lascia perplessi il fatto che la stessa persona possa fare – e bene – due cose così impegnative:

  • il vice presidente di una regione impegnativa ed in difficoltà come il Lazio;
  • l’assessore alla Scuola e alla Formazione della stessa regione;
  • il parlamentare, in una legislatura così delicata.

Mah!

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