Cambiare si può

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Immagine di un cartello con la scritta "Non delegare partecipa!"
Democrazia diretta

Vorrei proporre alcune riflessioni a “caldo” a proposito delle elezioni appena svoltesi.

1) la morte della Sinistra

 Ormai è chiaro, e direi pure definitivo, che la Sinistra – cioè quell’insieme di partiti e movimenti che fanno del momento elettorale, e quindi della democrazia rappresentativa, uno dei loro momenti fondamentali – è morta. Morta nel senso che non ha più un peso degno di questo nome nella società, che non rappresenta più nessuno se non se stessa, i propri dirigenti, i propri funzionari e i propri, ormai ridottissimi, militanti.

Quello che è rimasto è un agglomerato liberal-democratico, con una piccola e risicatissima rappresentanza social-democratica (e sono ottimista), la cui unica valenza di “sinistra” è legata all’elettorato anziano: moltissimi over 40 – ma sempre di più over 50 – elettori del Pd e di SEL sono ancora persone di sinistra – cioè persone con valori genuinamente democratici, progressisti, antirazzisti e, magari, anche se in modo confuso e moderato, antifascisti. Il Pd, perciò , mantiene, con molti malumori e tante prese di distanza, la categoria di “sinistra” al suo interno – così come l’alleanza con Vendola – per motivi squisitamente elettorali.

Come si sia giunti a questa situazione è un ragionamento che andrebbe sicuramente fatto, ma questa non è la sede ed io, sicuramente, non ho i mezzi per farlo da solo. Sicuramente non è cosa degli ultimi 20 anni, e si può risalire quanto meno alla fine degli anni ’70.

Uno dei fattori, però, che assolutamente va preso in considerazione, per capire questo processo di suicidio della Sinistra istituzionale, è quello di aver dismesso completamente la parte “sociale”, comunitaria, più popolarmente politica del proprio agire. E’ un processo che è iniziato molti decenni fa, nel Pci – con la burocratizzazione del partito, anzi, del Partito, diventato fine quando era nato come mezzo – ma con la “caduta del muro di Berlino” questo processo di americanizzazione ha preso una china definitiva, fino ad arrivare al referendum del ’93 sul maggioritario – proposto proprio dagli allora dirigenti del Pds – e alla folle teorizzazione del “partito leggero” di veltroniana memoria (con effetti, per la Sinistra, che sono sotto gli occhi di tutti). In questo processo si arriva alla personalizzazione della politica, con le coalizioni elettorali che prendono il nome dal “leader” – nonostante la nostra democrazia non sia presidenziale e che il Primo Ministro sia nominato dal Presidente della Repubblica – meccanismo in cui sono caduti tutti – da Ingroia a Vendola, in cui le idee, i progetti, le proposte politiche venivano messe in secondo piano rispetto ai capi, ai segretari, ai leader, appunto.

Con Ingroia si ha l’ultimo atto di questo suicidio: nasce il progetto “Cambiare si può” – che come già detto altrove parte comunque male, a mio avviso, visto che nasce come progetto elettorale, cosa che ne determina la fragilità e l’appetibilità partitica – che voleva essere qualcosa di diverso e di sinistra nell’agone politico italiano, ma non gliene si da il tempo, visto che appena cade il governo Monti viene cannibalizzato dagli zombie della diaspora rifondarola e arcobalenina, con un risultato che non poteva essere altro che il fallimento.

2) L’inizio della fine dei partiti

Se i dati non mi ingannano, con le elezioni di questo fine settimana oltre il 50% degli aventi diritto NON ha votato per coalizioni di partiti tradizionali. Infatti il 30% degli elettori non ha votato per nulla, e il 25% ha votato il Movimento 5stelle, di cui si può dire tutto il male possibile – e io lo faccio quotidianamente – ma non che sia, almeno ad ora, elemento di partitocrazia.

Quello scenario che si era già visto in Sicilia alle ultime elezioni regionali si è, di fatto, riproposto ora: la maggioranza assoluta degli italiani non si riconosce nei partiti tradizionali, non li vota e piuttosto se ne sta a casa. Di fronte a questa situazione se veramente fossimo in una democrazia questo sarebbe l’allarme, il tema principale dei prossimi giorni. Soprattutto da parte di quei partiti che, manco tanto piano piano, si stanno ritrovando con sempre meno terreno sotto i piedi. Scommettiamo che non se ne farà parola seriamente?

3) Cambiare si può

Quando hanno mollato il progetto “Cambiare si può”, ad inizio campagna elettorale, lessi un bel articolo di Gigi Sullo che diceva “ok, è andata così. Facciamo passare le elezioni, e poi torniamo a ragionare dal 27 di febbraio”.

Benissimo, le elezioni sono passate, la Sinistra è morta, gli altri non stanno tanto meglio, noi cittadini siamo sempre più nella merda. Vogliamo tornare a rimboccarci le maniche e a provare a raddrizzare qualcosa?

Per quel che mi riguarda bisogna tornare a “fare comunità”: attivare le tante energie che ci sono nei territori, provare a costruire soluzioni per le tante crisi che viviamo quotidianamente, partendo dalla solidarietà attiva, reciproca. La storia del movimento operaio e proletario italiano e ricco di insegnamenti, in questo senso: le società di muto soccorso, le cooperative di consumo, le leghe operaie e contadine di fine ‘800 sono lì ad insegnarci che, nonostante la durezza della vita, nonostante le difficoltà si può costruire l’alternativa assieme.

Costruire qui, oggi, quell’alternativa che gli altri ci hanno sempre proposto domani, forse. Un’alternativa fatta di democrazia diretta, di rispetto e cura delle differenze, di rispetto e cura dell’ambiente, di rispetto e cura delle persone, dove il vivere non sia visto come commercio, dove il diritto al benessere, alla salute ed alla felicità sia sempre più importante del profitto e del “mercato”. Dove costruire comunità solidali e quotidiane possa portare anche, se c’è la necessità, a partecipare alle elezioni locali, ma dove questa partecipazione sia UNA delle tante attività da svolgere, se si ritiene utile allo sviluppo del movimento, e non LA principale.

Se riusciamo ad iniziare un percorso del genere, a mio avviso c’è qualche possibilità di dire “cambiare si può”.

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