La voce dell’altra Israele

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Fonte: Carta

[da Peacereporter.net] Intellettuali e attivisti israeliani commentano l’assalto alla flotta di aiuti per Gaza, in attesa della reazione dell’opinione pubblica

Il mondo si è svegliato, questa mattina, travolto dalle immagini e dalle notizie che giungevano dalla acque internazionali antistanti la Striscia di Gaza. In attesa di verificare, come ha subito chiesto l’Onu, quello che è successo oggi con l’eccidio di 19 persone a bordo del Mari Marmara, una delle navi della flotta di aiuti umanitari che faceva rotta su Gaza, PeaceReporter ha sentito alcune voci critiche in Israele.

Freedom Flotilla

«Alcune persone sono morte, tante altre sono rimaste ferite. Tutto questo non è responsabilità del governo israeliano. Loro fanno il loro mestiere, come sono abituati ad intenderlo. La vera responsabilità è della comunità internazionale che, ben prima di questa tragedia, non ha fatto nulla per porre fine all’assedio di Gaza. Gli esecutori materiali sono i soldati israeliani, ma la responsabilità morale di quello che è successo oggi ricade su tutta la comunità internazionale, compresa l’Europa», commenta Jeff Halper. Ebreo statunitense, Halper ha fondato nel 1997 dell’Israeli Committee Against House Demolitions [Icahd], una organizzazione non governativa che si batte per contrastare la demolizione delle abitazioni palestinesi nei Territori occupati e contro l’occupazione. Halper ha sempre denunciato in patria la condizione di vita della popolazione civile palestinese. «In Israele ognuno crede all’esercito. Loro difendono le loro vite, sono sempre nella ragione. Oggi, nel porto di Ashdod, ci sono militanti di organizzazioni di destra, avvolti nelle bandiere israeliane, che festeggiano quella che ritengono una grande vittoria militare – commenta – È difficile lottare contro questa mentalità».

«Un’azione criminale, una follia. Un’azione stupida che si rivelerà controproducente per lo Stato di Israele», dice Uri Avnery, scrittore israeliano, ebreo di origine tedesca e fondatore del movimento Gush Shalom [il blocco della pace] nel 1993.
Dopo aver lottato nelle file dell’Irgun, il movimento armato che si batteva per la nascita dello Stato d’Israele, venne eletto come deputato alla Knesset, il Parlamento israeliano. Divenne famoso in tutto il mondo quando, nel 1982, in piena guerra del Libano, passò le linee per incontrare il leader palestinese Yasser Arafat. «C’è un governo irresponsabile in Israele, che ritiene la forza l’unico strumento per risolvere i problemi. Quest’azione, in questa mentalità, vuole essere un deterrente, in modo che nessuno pensi più a iniziative di questo genere», continua Avnery. «In questo momento storico, in Israele, non c’è un’opposizione politica. Il partito più importante fuori dall’esecutivo, Kadima, non ha condannato in nessun modo quello che è successo. Mi aspetto che domani, quando sarà resa pubblica la dinamica di quello che è accaduto, l’opinione pubblica reagisca in modo indignato».

«Il governo israeliano ha parlato subito di una provocazione, alimentando la tensione. Si è perso di vista l’obiettivo chiave: un carico di aiuti umanitari diretto verso la popolazione civile di Gaza, sottoposta a un embargo criminale e contrario al diritto internazionale», spiega Rabbi Asherman. Il rabbino è il direttore esecutivo, dal 1995, dell’associazione Rabbis for Human Rights [Rfhr], un’unione di studenti religiosi e rabbini [nata nel 1988] che si propongono di lottare perché l’anima vera dell’Ebraismo, quella che difende i diritti umani, ritorni a prevalere in Israele. Asherman, nel 2003, è stato arrestato per aver incitato i cittadini a ribellarsi alla costruzione del muro di divisione dai palestinesi e all’abbattimento ingiustificato delle case arabe. «Adesso aspettiamo di capire e se qualcuno a bordo delle navi ha usato o ha tentato di usare la violenza, perché noi condanniamo tutte le forme di lotta non violente» spiega Asherman, «questo però non deve far perdere di vista il crimine principale: quello contro la popolazione civile di Gaza. E comunque l’assalto a navi straniere in acque internazionali non è il tipo di giustizia che ci aspettiamo da uno stato civile. Adesso ci saranno delle conseguenze, anche se non so ancora quali, ma per evitare altre tragedie come questa bisogna, subito, porre fine all’embargo».

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