Gli olocausti dimenticati: quello dei nativi americani

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David E. Stannard, Olocausto americano, Torino, Bollati Boringhieri, 2001 (ma l’edizione americana è del 1992, non a caso).

PROLOGO

Inizio qua ad annotare la lettura di un libro terribile, Olocausto americano, dello storico statunitense David E. Stannard. Il libro racconta, con dovizia di particolari, di fonti e di citazioni, gli effetti dell’arrivo degli europei nelle americhe dal 1492, con la conquista dell’America da parte di Cristoforo Colombo.

E già dal prologo Stannard inizia, giustamente, ad andarci giù duro: in soli 21 anni, dall’arrivo di Colombo e dei suoi nell’isola

vastamente popolata che l’esploratore aveva rinominato Hispaniola era divenuta una terra desolata: quasi otto milioni di persone – che Colombo aveva deciso di chiamare indiani – erano state uccise dalla violenza, dalle malattie e dalla disperazione.

Fu solo l’inizio: nel giro di poche generazioni tra il 90 e il 98% dei nativi americani fu sterminato, nel più grande genocidio di cui si abbia conoscenza nella storia dell’uomo. Stiamo parlando, in poco più di tre secoli, tra i 100 e ii 150 milioni di esseri umani, vecchi, bambini, donne e uomini.

La cifra è tale che gli studiosi che hanno studiato il fenomeno lo hanno fatto partendo sempre dal punto di vista demografico della strage, mai da quello “umano”. Anche perché la distruzione fu tale, che la memoria di quello che c’era prima dell’arrivo degli occidentali è stato quasi completamente spazzato via, lasciando spazio solo agli archeologi. Eppure le testimonianze non mancano:

il capitano Alonso Lopez de Avila, cognato dell’adelantado Montejo, durante la guerra del Bacalan catturò una giovane donna indiana di bell’aspetto. Temendo che fosse ucciso durante la guerra, la donna aveva promesso al marito di non aver rapporti con nessun altro, e nulla poté impedirle di sacrificare la propria vita per evitare di essere posseduta da un altro uomo; a causa della sua resistenza fu gettata in pasto ai cani.

Fu gettata in pasto ai cani, neanche come un oggetto, che quando non serve si butta via; come un pezzo di carne, che una volta che non è più buono da mangiare, lo si da ai cani, che aspettano scodinzolando sotto il tavolo.

Non c’è da pensare che questo atteggiamento fosse tipico di “un’epoca barbara”; ancora nel 1864, nel Colorado orientale, in un accampamento indiano sulle rive di un fiume arrivarono i soldati degli Stati Uniti. Ed iniziarono a massacrare tutti, uomini, donne e bambini. Uno di questi, di circa tre anni, iniziò a scappare:

il piccolo era nudo e si muoveva sulla sabbia. Vidi un uomo scendere da cavallo, da una settantina di metri sollevò il fucile e sparò: lo mancò. Arrivò un altro uomo e disse «Lasciami provare a colpire quel piccolo figlio di puttana. Ce la posso fare». Scese da cavallo, si inginocchiò e sparò al piccolo, ma lo mancò. Arrivò un terzo uomo, fece un’osservazione simile e sparò, il bimbo cadde riverso al suolo.

Quella sopra è la citazione della testimonianza del maggiore Scott J. Anthony, prima cavalleria del Colorado, davanti al Congresso degli Stati Uniti nel 1865.

Ma anche in questo caso non bisogna pensare a cose del passato, ad epoche barbare, in cui per “conquistare la frontiera”, per arrivare al “progresso” bisognava sacrificare qualcosa. Perché ancora nel 1986, la Commissione per i diritti umani dell’Organizzazione degli stati americani ha riportato che nei quindici anni precedenti quarantamila persone (40.000) erano semplicemente scomparse; ed altre centomila (100.000) erano state assassinate. Quasi tutti i morti erano indiani – come la donna data in pasto ai cani della citazione di prima – uccisi in maniera del tutto simile a quelle raccontate prima, ma negli anni ’80 del novecento:

verso le 13.00 i soldati iniziarono a sparare alle donne raccolte all’interno della chiesetta. La maggior parte non morì lì; furono separate dai bambini, condotte a gruppi nelle case, e uccise, perlopiù con il macete […]. Poi tornarono per uccidere i bambini rimasti soli, senza le madri, e che piangevano e strillavano per il terrore. […] I soldati tagliavano il ventre dei bambini con un coltello o li afferravano per le gambe e gli fracassavano la testa con grossi bastoni. […] Poi fu la volta degli uomini. […] Erano le 17:30.

Hispaniola, fine XV secolo; Colorado, seconda metà del XIX; Guatemala, fine XX. Stesse le vittime, stessi i carnefici.

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