40 anni di Apple

La copertina del libro "Mela marcia"Il primo aprile di quest’anno si sono festeggiati i 40 anni di Apple. I festeggiamenti sono avvenuti in un momento storico difficile, per la storica azienda di Cupertino, come ci racconta la nostra Mirella Castigli nel suo articolo su ITespresso:

Il compleanno di Apple cade in un trimestre non facile per nessun vendor del mercato smartphone, mentre i nuovi iPhone SE e iPad Pro 9.7 potrebbero non bastare ad arginare il rallentamento delle vendite di Apple, mentre frena il mercato smartphone. Anche la battaglia per la crittografia si è risolta in una vittoria legale, tuttavia bypassata dallo sblocco via hacking deciso dall’FBI. Secondo DigiTimes, “il livello di ordinativi Apple previsti per gli iPhone 6s sarà probabilmente praticamente quasi dimezzato rispetto al già poco brillante primo trimestre 2016″.

Ma al di là di quel che succede nel 2016, quello che vorrei tornare a raccontare è la mutazione genetica di Apple, per usare il sottotitolo di un libro uscito ormai 6 anni fa, grazie alla collaborazione degli amici di Agenzia X di Milano, casa editrice di “movimento”, da sempre attenta alle contro-culture, alle alterità, alle storie controcorrente. Il libro in questione è “Mela marcia“, pamphlet scritto a 8 mani dal sottoscritto, dalla già citata Mirella, da Caterina Coppola, con la prefaziosa preziosa del mitico Ferry Byte, storico cyber-attivista della scena hacker italiana.

Libro rilasciato – ovviamente – sotto licenza Creative Commons, e liberamente scaricabile in vari formati:

Ma visto che sono egocentrico, ho pensato bene di estrapolare il mio articolo da quel libro – in cui raccontavo dal punto di vista storico la mutazione genetica di Apple, passata da essere pienamente interna al movimento hacker e del software libero americano di fine anni ’70 ad una delle aziende più chiuse del pianeta – e di metterlo a disposizione di chi avesse ancora voglia di dare un altro sguardo alla scintillante storia della mela.

Eccolo!

L’Hcc e la mutazione genetica di Apple

Terrorismo, invasioni, distrazione di massa

Vignetta ironica sulla crisi economicaLe bombe del Belgio di questi giorni riportano, in tutta la sua drammaticità, il terrorismo nel cuore dell’Europa. E, come era ovvio aspettarsi, sono partite a spron battuto le campagne razziste, xenofobe e fascistoidi per l’espulsione di tutti i migranti, la vendetta che ne deve conseguire, il “siamo in guerra” e via cantando, come sempre capita in questi casi.

Pochissimi si mettono lì a far di conto, come dovrebbe essere, per vedere di che cosa si parli realmente quando si parla di “terrorismo”, di “guerra”, di “invasione” e via berciando.

Pochissimi, ma qualcuno c’è.

Terrorismo

Quando si parla di “terrorismo” si intende, ci dice il dizionario

2. L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e sim.; possono farvi ricorso sia gruppi, movimenti o formazioni di vario genere (ma anche individui isolati), che vogliono conseguire mutamenti radicali del quadro politico-istituzionale, sia apparati, istituzionali o deviati, di governo interessati a reprimere il dissenso interno e a impedire particolari sviluppi politici

Quindi, ci dice il dizionario, il terrorismo può essere di singoli, gruppi, ma anche di apparati istituzionali o deviati, quindi di Stato.

Pochi, però, ci dicono quanto terrorismo stiamo vivendo, e quanto, invece, ne abbiamo vissuto anche recentemente. Ci viene allora in soccorso un sito, si chiama statista, che

one of the world’s largest statistics portals. Providing you with access to relevant data from over 18,000 sources

Cosa ci racconta statista del terrorismo in Europa. Qualcosa di interessantissimo, e ce lo mette in una bella infografica:

Infographic: Victims Of Terrorist Attacks In Western Europe | Statista

Questa inforgrafica è interessante perché ci permette di visualizzare immediatamente tutta una serie di dati:

  • quali paesi europei hanno subito attacchi terroristici dal 1970 ad oggi;
  • che le vittime si contano nell’ordine delle centinaia;
  • che dal 1992 c’è un crollo delle vittime per attacchi terroristici, e che la “ripresa” degli anni 2000 è comunque non paragonabile a qual che accadeva nei ’70, attestandosi a pochi casi relativamente marginali, con picchi che stanno tutti nelle decine di vittime

E qui salta all’occhio subito un dato: ma di quale “guerra” ci parlano i media? Guardando i dati di cui sopra sicuramente si può parlare di guerra, ma tra il 1970 e il 1992 – 94, non di sicuro oggi!

Sempre gli amici di statista ci vengono in aiuto anche con altri dati: quelli delle vittime per terrorismo fuori dall’Europa. Ecco l’infografica:

Infographic: Victims Of Terrorist Attacks outside Western Europe | Statista

Intanto qui balzano subito agli occhi alcuni dati a mio avviso eclatanti:

  • il periodo in questione è il 2001 – 2014 (quindi dopo gli attentati dell’11 settembre negli Usa);
  • che i numeri delle vittime sono in migliaia, se non decine di migliaia;
  • che i paesi che hanno subito la stragrande maggioranza delle vittime per terrorismo sono Iraq e Afghanistan, proprio quei paesi che avremmo dovuto salvare dalle dittature di Saddam e dei Talebani e per cui sono state avviate guerre sotto l’egida dell’Onu;
  • che se in Europa abbiamo avuto 420 vittime, nel resto del mondo sono state 108 e passa mila!

Guardando le cifre, quindi, è qui – fuori dall’Europa e dall’Occidente – che si può parlare di guerra.

Invasioni

Chi non ha sentito i Salvini di turno parlare di invasione, quando si parla di migranti (extracomunitari, per i diversamente capenti). Eppure anche qui, quando si va appena appena a scavare nei dati, si scopre non solo che non c’è nessuna invasione, ma semmai, se proprio si vuole guardare il flusso tra chi viene e chi va dal “bel paese”, sarebbe meglio parlare di fuga, dall’Italia.

Ce lo dice, per esempio, il Corriere della sera (quindi non il solito quotidiano estremista):

Più partenze che arrivi. E l’Italia (a sorpresa) è un Paese di emigrati
L’anno scorso il numero di arrivi è stato inferiore a quello di chi ha scelto di trasferirsi all’estero. Il basso tasso di natalità e l’effetto sulla crescita economica

I dati (incompleti) dell’Istat
Era dall’inizio degli anni 70 che non succedeva, non come evento di massa. In realtà i dati dell’Istat, l’Istituto statistico italiano, smentiscono che le uscite dal Paese abbiano superato gli arrivi: il «saldo migratorio» fra persone che si stabiliscono nel Paese e quelle che lo lasciano è sceso negli ultimi anni, però resta positivo. Ufficialmente, contando gli sbarcati di Lampedusa, l’anno scorso sono venute ad abitare in Italia 128 mila persone in più di quante non ne siano andate altrove. Resta un dubbio: i dati ufficiali dei Paesi di destinazione dei migranti italiani raccontano una storia diversa. I deflussi potrebbero essere almeno due o tre volte più intensi di quanto non si creda: l’Istat non mente, solo che dispone di informazioni incomplete.

Quindi, anche qui, nessuna invasione. Semmai il contrario. E allora perché siamo bombardati da urla mediatiche che ci dicono di non andare di qui, di là, che siamo invasi, che ci metteranno una bomba sul portone di casa, che i mussulmani ci vogliono ammazzare tutti, ed altre simili amenità?

Armi di distrazione di massa

Forse perché è il modo migliore per distrarci: distrarci da quel che ci sta accadendo realmente, dalla vera guerra che ci stanno facendo negli ultimi anni. Una guerra che non si combatte con armi o bombe; che non la combattono estremisti islamici col turbante, ma eleganti manager della finanza coi i loro decreti legge, circolari, emendamenti.

in un recente articolo, la rete Sbilanciamoci ci ha raccontato che:

un tassello dopo l’altro, i provvedimenti del governo perseguono un indirizzo preciso: quello dello “Stato minimo”, con la graduale cessione ai privati di tutte le funzioni una volta svolte dal settore pubblico.

[…]

ritirata dello Stato, che cede ai privati sempre più compiti; riduzione delle protezioni del lavoro; depotenziamento dei sindacati; una democrazia sempre meno “governo del popolo” e sempre più guidata dal “pilota automatico” di scelte tecniche trasformate in regole che travestono l’ideologia neoliberista da neutralità pseudo-scientifica.

Eccola la guerra: la fanno i manager delle grandi corporation, tirando i fili delle loro marionette nei parlamenti internazionali e nazionali, con cui si smontano tutte le conquiste ottenute (col sangue, come ci racconta la prima infografica) alla fine del ‘900.

Una guerra dove l’1% di chi vive sul pianeta si accaparra 3/4 di quel che viene prodotto. E per farlo, per non farci alzare il capo, per non farci capire cosa accade, deve farci vivere nel terrore, deve farci credere che il nostro vicino è alieno e pericoloso, anche se vive – di fatto – la nostra stessa condizione di precarietà e miseria.

38 anni dall’omicidio di Fausto e Iaio

Immagine di Fausto e Iaio
Fausto e Iaio

Sono passati 38 anni da quel 18 marzo 1978, ma dell’omicidio di Fausto e Iaio ancora non si sa nulla. In realtà dal punto di vista storiografico si sa tutto, si sa chi li ha uccisi – tre fascisti, di cui si sa nomi e cognomi – si sa chi non ha voluto indagare da subito negli ambienti giusti – la questura di Milano e le “forze dell’ordine”. E’ solo dal punto di vista giudiziario che, come per Piazza Fontana e per la maggior parte delle stragi fasciste che hanno insanguinato questo paese, non si sa e probabilmente mai si saprà cosa è successo e i colpevoli non verranno puniti.

Anche perché vorrebbe dire punire, in primis, lo Stato. Ed è difficile credere che lo Stato – in particolare quello italiano – sia in grado di punire se stesso.

E l’impunità continua.

Di seguito l’intervista alla sorella di Iaio, Maria, dal sito del Fatto Quotidiano di oggi due anni fa:

Continua a leggere 38 anni dall’omicidio di Fausto e Iaio

Servono nuovi occhiali per la sinistra

Leggo con interesse, come sempre, la recensione che Gianpasquale Santomassimo fa dell’ultima fatica dello storico Guido Crainz “Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi”, edito per i tipi della Donzelli (che NON ho letto!).

[Parlando] del «lungo Sessantotto» italiano, […] una delle critiche (che è in larga misura anche autocritica generazionale da parte di Crainz) rivolte alla politica nata a sinistra del Pci consiste nel rilevare che «svanì anche la possibilità di una alternativa laica e moderna alle “due chiese” dominanti, quella cattolica e quella comunista: ci si limitò a erigere all’ombra di quest’ultima, e in polemica con essa, un microscopico edificio molto composito (segue elenco dei gruppi extraparlamentari) destinato a crollare di lì a poco». Questa alternativa però era totalmente impensabile nella cultura di quel tempo, e sembra più che altro la proiezione retrospettiva di quella koiné tardoazionista che è divenuto l’approdo più diffuso di gran parte della generazione che un tempo si sentiva rivoluzionaria.

Qui mi pare che, tanto in Santomassimo quanto in Crainz , si continui a voler dimenticare – ad obliare – che tanta parte della sinistra extraparlamentare nata nel ’68, che poi è continuata a vivere – bene o male – almeno fino al 2001, ha avuto tra i suoi obbiettivi principali proprio quello di uscire dal binomio di ferro Dc-Pci (che, ricordiamolo, proprio dalla metà dei ’70 in poi si allearono), cercando una “terza via” al partito di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.

Come anche è singolare l’accusa ai movimenti giovanili di non essere stati capaci di costruire «nuove regole» al posto di quelle che venivano contestate e abbattute: compito storico che – al di là dell’ossessione tutta recente per le «regole» – non poteva certamente venire attribuito a movimenti di contestazione, ma è addebito che andrebbe rivolto alle classi dirigenti.

Anche qui c’è la tipica miopia dei figli del Pci: le “nuove regole” le possono scrivere solo le “classi dirigenti”. Il popolino può, al massimo, “contestare”.

Con questo tipo di “occhiali” non si potrà mai scrivere una storia di quegli anni, del decennio 1968 – 1978 – ma anche di quelli più recenti – esaustiva e lucida.

Le “nuove regole” della politica non solo sono state scritte, ma hanno iniziato ad essere praticate proprio in quegli anni:

democrazia diretta, assemblearismo, metodo del consenso; sono tutte “pratiche” che non nascono con il ’68 – gli anarchici, per esempio, le “praticano” da decenni – ma diventano “di massa” in quegli anni. Non per tutti, sicuramente, ma si diffondono sempre di più, fino a diventare condicio sine qua non di tanti gruppi. Fino a diventare il marchio di fabbrica di gruppi extraparlamentari che, negli anni successivi ai ’70, hanno fatto la storia dei movimenti fino ad oggi: dai punk ai centri sociali, da indymedia ad Occupy Wall Street, dall’hackmeeting ad Anonymous.

Quando poi Santomassimo descrive, brevemente, l’Italia riformista degli anni ’60

bisognerebbe riconoscere che vi è stato un particolare meccanismo riformatore fondato sull’intreccio di lotte sociali e civili (e di iniziativa politica) che modificavano i rapporti di forza e trovavano una democrazia parlamentare disposta ad ascoltare, mediare e deliberare

si fa fatica a credere che stia parlando di quella stessa classe politica che, alle contestazioni, proteste e lotte degli anni ’68-69, rispose con la “Strategia della tensione” (strategia messa a punto proprio a partire dal l’inizio della stagione riformista di metà anni ’60): le bombe nelle piazze, nel treni, usando il peggio fascistume come manovalanza.

Le grandi conquiste riformiste di fine anni ’60 e degli anni ’70 (dallo Statuto dei lavoratori al divorzio all’aborto, per citare solo le più famose) sono state imposte ai governi di quegli anni dai movimenti extraparlamentari e dalla società civile; anche a Pci e Cgil, tanto che appena hanno potuto, non ci hanno pensato un secondo a cancellare tutto, dal referendum sulla scala mobile dell’85 agli accordi del 31 luglio 1992, all’abolizione del proporzionale con i referendum sostenuti dal Pds di D’Alema e Veltroni nel ’93 al “Job acts” renzista di questi ultimi anni.

Finisce Santomassimo chiedendosi, con “gli storici del futuro”

come un grande paese industriale abbia potuto, praticamente senza una vera discussione, sottoporsi a un meccanismo con ogni evidenza destinato a impoverirlo e a tagliare alla radice le basi della sua crescita.

Sono gli eredi del Pci di Berlinguer e Napolitano – i D’Alema, i Veltroni, i Fassino, etc etc – ad aver dato un contributo fondamentale alla fine della prima e alla costruzione della seconda repubblica così come la conosciamo oggi. Renzi, premier non eletto (unico caso in Italia, che io sappia), è frutto dell’ultima “vittoria” del centro – “sinistra”, mica di Berlusconi o di Grillo.

Non ci stupiamo, quindi, se è così faticoso interpretare il presente, quando schemi ideologici ormai preistorici sono ancora oggi la bussola di tanti intellettuali di sinistra.

Adriano Bassi su Giorgio Gaslini

Pagina di presentazione del libro "Giorgio Gaslini. Non solo jazz"Scopro con piacere, su segnalazione dell’autore (che ringrazio sentitamente), che nel mese di Aprile di questo 2016 uscirà una nuova pubblicazione sul grande musicista italiano Giorgio Gaslini, di cui ho già scritto un paio di anni fa.

Il libro in questione si intitolerà “Giorgio Gaslini. Non solo jazz“, uscirà per i tipi della Casa Musicale Eco dalla fatica del pianista, studioso, didatta, critico musicale, Adriano Bassi, già autore di un libro sul maestro milanese, pubblicato nell’ormai lontano 1986 dalla Franco Muzio Editore.

Attendo con trepidazione la possibilità di leggere nuove cose su un così grande maestro.

2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

LA PISTOLA Y EL CORAZON
2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

Dedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

La pistola y el corazon” racconta la storia di due scatti del fotografo Tano D’Amico che sono a nostro avviso la sintesi iconografica di un anno fondamentale per la storia contemporanea del nostro paese.

Immagine di Daddo e Paolo il 2 febbraio 1977 a RomaDedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

Roma, 2 febbraio 1977, piazza Indipendenza

“Il corteo si dirige verso piazza Indipendenza per raggiungere Magistero che, nel frattempo, è stato occupato. All’angolo di piazza Indipendenza sostano una decina di persone sulla cui identità non sarà mai fatta chiarezza. Sulla coda del corteo piomba una 127 bianca targata Roma S48856. E’ una civetta della Questura. La macchina viene fermata a colpi di sampietrini. Ne esce l’agente Domenico Arboletti, 24 anni. Incomincia una sparatoria che, secondo alcune testimonianze, coinvolge alcune delle persone ferme sull’angolo di Piazza Indipendenza. L’agente Arboletti si accascia colpito alla testa. E’ gravissimo e rimarrà fra la vita e la morte per più di un mese. Contemporaneamente l’autista della 127 impugna il mitra e fa fuoco contro le coda del corteo che si era disgregata dopo i primi colpi. Sono raggiunti da proiettili e feriti gravemente Leonardo Fortuna (Daddo), 22 anni, e Paolo Tomassini, 24 anni” (Piero Bernocchi, Dal ’77 in poi, Roma, Erre Emme, 1997; pag. 146).

Da un’idea di “gli amici di Daddo“: Lanfranco, Giancarlo, Claudio, Paolo, Turi, Giorgio, Sergio e Gibo,

Scritto da:
Claudio D’Aguanno
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Operatori di ripresa:
Manuela Costa
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Realizzazione e montaggio:
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Un doveroso ringraziamento a:
Tano D’Amico
Luca Cafagna
Paolo Tomassini
AAMOD -Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico
e a tutti coloro che anche con atteggiamento solidale hanno contribuito alla realizzazione di questo tributo

Tutti i materiali di repertorio sono stati reperiti liberamente in rete

Questo lavoro è tutelato dal protocollo Creative Commons Attribution license (reuse allowed); coloro che volessero riprodurlo e/o utilizzarlo sono pregati di farcene segnalazione

Ciao Paolo

La copertina di "Insurrezione", il romanzo di Paolo PozziÈ venuto a mancare Paolo Pozzi, autore del bellissimo libro “Insurrezione“, edito per i tipi di DeriveApprodi.

Non ho avuto il privilegio di conoscerlo, ma ne conosco la storia – che rispetto enormemente – ne ho letto gli scritti e ne ho apprezzato tantissimo il profilo morale ed umano.

Per questo motivo copio pedissequamente l’articolo pubblicato da Chicco Funaro su il manifesto di oggi.

È morto a Milano Paolo Pozzi. Molti lo ricorderanno tra i principali imputati del processo 7 Aprile e di numerosi altri procedimenti contro l’Autonomia operaia milanese. Quest’anno avrebbe compiuto 67 anni. Nato a Fano, aveva compiuto nella sua città gli studi superiori con risultati tra i più brillanti mai registrati nella scuola marchigiana. Iscrittosi alla Facoltà di Sociologia di Trento, ne era uscito laureandosi a pieni voti nel 1972. Trasferitosi a Milano, i suoi interessi politici e culturali si erano immediatamente rivolti all’esperienza del nascente Gruppo Gramsci, formato da intellettuali e da militanti per dar vita, tra Milano e il Varesotto, a ipotesi di progetto e di intervento capaci di superare ideologismi e dogmatismi; e di allargare la ricerca politica e culturale, ma anche e soprattutto le lotte, a tutte le «nuove» tematiche della società e della persona.

Nel gruppo Gramsci Paolo si era occupato sin dagli inizi di «Rosso»: la rivista, che con tratto originale, a partire dal suo stesso nome/testata, una sorta di tautologia anche visivamente molto efficace, stava aprendo un dialogo e una discussione sempre più serrati con settori sempre più larghi del movimento di quegli anni. Con la confluenza tra il Gramsci e il gruppo di ex Potere operaio che faceva capo a Toni Negri, e la nascita dei collettivi di Rosso, Pozzi contribuì in larghissima parte alla vita politica ed editoriale del giornale, coordinandone non solo gli aspetti tecnici ma anche e soprattutto i contenuti editoriali, quasi sempre molto originali e dal taglio decisamente inconsueto per gran parte dell’immaginario politico di quegli anni.

“Rosso”, che adottò sempre un linguaggio spregiudicato e creativo, suscitò un notevole consenso anche per l’interesse non di maniera dimostrato verso tutte le forme di antagonismo nei confronti della società capitalistica e dell’organizzazione del lavoro, dal femminismo alla controcultura, e per l’appoggio concreto fornito ai movimenti del «proletariato giovanile» e a tutte le lotte per la liberazione e l’autovalorizzazione della persona. Di notevole taglio critico fu sempre la polemica incessante contro ogni tipo di riformismo e di compromesso, «storico» o no, tra Partito comunista e Democrazia cristiana. Il giornale e il gruppo furono sempre impegnati a sostenere la necessità che l’Autonomia operaia dovesse sempre e comunque rimanere lontana da ogni progetto di costruzione di un partito. Nel dibattito sulle scelte di fondo che l’insorgere della lotta armata e delle formazione combattenti aveva messo in moto, Paolo non ebbe esitazioni e si schierò contro ogni forma di «clandestinità». Pur nell’incertezza di quel periodo, continuò a guidare le sorti della rivista fino all’autoscioglimento e alla fine politica di Rosso nel 1978.

Arrestato nel corso delle operazioni giudiziarie del «7 Aprile», sostenne con grande dignità e coraggio il carcere e, insieme ai suoi coimputati, le durissime battaglie processuali; ma anche il non sempre facile dibattito per il superamento della legislazione d’emergenza e il ritorno a una «normalità» nella vita politica e sociale. Dopo il carcere, si rese promotore di innovative iniziative imprenditoriali nel settore delle biblioteche e dell’archivistica. Scrittore di buona vena rievocativa, pubblicò tra le altre cose Insurrezione, romanzo breve dedicato alla Milano degli anni ’Settanta edito da DeriveApprodi.

Lascia una moglie, Laura, e una figlia, Irene.

Cambio di dominio e redirect 301

Immagine che rappresenta l'uso del redirect 301 utilizzando l'.htaccessI più attenti di voi 7 si saranno sicuramente accorti che da ieri questo sito ha subito un cambio di dominio. Ciò è accaduto perché mi stava “stretto” il precedente .com (va a sapere perché lo registrai: devo parlarne col mio psyco…) e quindi, con una botta d’istinto ho registrato un più equilibrato .info.

Un altro motivo era tecnico (che non sto qui a spiegare), che però mi ha portato a non poter fare un clone del vecchio sito sul nuovo, ma a spostarlo quasi manualmente (quasi), andando a perdere tutta una serie di informazioni, di configurazioni e – soprattutto – la quantità di lettori e di letture che avevo sul vecchio dominio.

Perciò mi sono trovato nella condizione di voler e dover far puntare il vecchio dominio a questo nuovo, così quando quella persona all’anno viene a cercarmi sui motori di ricerca e trova (ancora) il .com e clicca su un link, viene automagicamente reindirizzata su questo sito, alla pagina o al post giusti.

Ma come si fa questa magia? Gugol mi ha aiutato a scoprirlo, e dopo qualche lettura sono arrivato alla conclusione più consona per il mio caso.

Il mio caso – torno a ricordarlo – è quello di chi vuole che il vecchio dominio (.com) vengare completamente reindirizzato sul nuovo: clicco su un link che punta ad una pagina del .com, finisco sulla stessa del .info; idem con gli articoli e tutte le altre risorse.

Ciò che ho usato è il famoso redirect 301 “Moved Permanently”, cioè il meccanismo che permette il risultato di cui sopra. Il 301, tra l’altro, dice sia parecchio apprezzato da gugol e dai motori di ricerca in genere, quindi viva.

Nel mio caso, poi, ho potuto farlo perché sul server che ospita il mio sito c’è il noto server web Apache, su cui è configurato, tra le tante cose, anche il Mod_rewrite; e come se non bastasse ho accesso al mio file .htaccess.

Dati questi strumenti cosa ho fatto?

Mi sono loggato sul mio spazio di hosting e sono andato a modificare il mio file .htaccess, aggiungendo in cima a tutto le seguenti righe di codice:

Options +FollowSymLinks
RewriteEngine on
RewriteRule (.*) http://francovite.info/$1 [R=301,L]
# BEGIN iThemes Security

Fatto: a questo punto, tutte le volte che quel povero sfortunato che decide, per chissà quale folle motivo, di cliccare su un link che porta al mio vecchio .com …. taaac, viene rediretto direttamente qui al .info

Piazza Fontana e la strategia della tensione: 50 anni di incubo

Immagine della prima pagina di un giornale il giorno dopo la Straged di Piazza FontanaSono almeno 50 anni che l’Italia vive sotto l’incubo della “strategia della tensione”, quella strategia – per usare le parole del giudice Salvini – “fatta di bombe nelle banche, di stragi di civili sui treni e nei comizi sindacali”. Una strategia che inizia ad essere teorizzata nei primi anni ’60, per poi essere messa in pratica esattamente 46 anni, con la Strage di Piazza Fontana. Una strage su cui, sempre usando le parole di Salvini,

sono stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all’estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Fino alla definitiva assoluzione dei presunti esecutori: Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Ma non dell’area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro collusa, per favorire, attraverso la paura, l’insediamento di un governo autoritario in Italia

Il giudice Salvini, che del processo per la Strage di Piazza Fontana è stato protagonista per anni, dice cose chiare, che ormai sono storia, ma che – guarda caso – nei libri di storia si trovano a fatica. Chissà come mai.

Perché la strategia della tensione – ci racconta oggi Saverio Ferrari in un bell’articolo su il manifesto – inizia ben prima del 12 dicembre 1969. Nel luglio del 1960 il tentativo del governo Tambroni di creare un blocco di destra nel nostro paese viene bloccato dalle piazze. In tutta Italia si accende una vera e propria rivolta popolare, che porterà la polizia di Scelba a fare una vera e propria strage: inque furono i manifestanti uccisi solo a Reggio Emilia, il 7 luglio, dove la polizia esplose 182 colpi di mitra e 39 di pistola, e quattro tra Licata, Palermo e Catania.

Per la destra italiana – cioè per tutta quella nomenclatura politica, industriale e militare che sosteneva Tambroni e la sua alleanza con l’MSI – fu un colpo durissimo, e dimostrò loro che, nonostante tutto, la sinistra era forte nel nostro paese, proprio a livello di sensibilità e cultura, e non tanto e non solo a livello elettorale.

La loro reazione fu durissima, come ci racconta Ferrari:

Da qui una riflessione strategica sul contrasto al “comunismo” che attraversò in particolare la sua parte più radicale. A ispirarla fu Julius Evola che dopo i fatti di Genova delineò l’esigenza di un golpe di destra. Su L’Italiano di Pino Romualdi, già nell’agosto 1960, scrisse che per fermare «il comunismo come forza sovversiva organizzata» e «cancrena ormai ramificata nel nostro Paese», bisognava preparare il «colpo decisivo», «l’ora X», così la definì, da attuare mediante l’esercito, con il sostegno della Nato e l’appoggio del Vaticano.

Da quel momento iniziò una “teorizzazione” della lotta anti-comunista che coinvolse non solo le frange più estreme del fascismo italiano, ma anche pezzi importanti delle istituzioni, non ultimi l’esercito e le forze dell’ordine.

Il luglio 1960 ebbe un forte impatto anche fra le gerarchie militari dove si fecero strada nuove teorizzazioni, mutuate anche dalla riflessione di altri stati maggiori, in primis quello francese reduce dalla sconfitta d’Algeria, incentrate sull’esistenza ormai di un nuovo tipo di guerra, non più condotta unicamente sul piano della forza militare, ma attraverso il condizionamento delle masse. Il “nemico” era ormai all’interno del nostro Paese.

Nasce così un asse micidiale, fatto di fescisti, militari d’altissimo rango, politici di governo e, probabilmente (come ci dice la storia di Gladio), anche di soggetti non italiani (non dimentichiamoci che siamo in piena “guerra fredda”, e che la “crisi dei missili” è del 1961. E che Kennedy viene ammazzato nel 1963…), con tutto un grosso apparato di riflessione.

Si organizzò più di un convegno da parte delle alte gerarchie militari. Il primo, dal titolo «La minaccia comunista sul mondo», si tenne a Roma, tra il 18 e il 22 novembre 1961, finanziato direttamente dal “fondo di propaganda” della Nato. Tra i presenti numerosi ministri dei maggiori Paesi occidentali, alti ufficiali della Nato e numerosi fascisti come Giano Accame e Mario Tedeschi.

Copertina degli atti del convegno "La guerra rivoluzionaria", a cura dell'Istituto Pollio, tenutosi a roma nel 1965Seguirà il famoso convegno su «La guerra rivoluzionaria» del 3–5 maggio 1965 all’Hotel Parco dei Principi di Roma, promosso sempre dai vertici militari attraverso l’Istituto Alberto Pollio (Capo di Stato maggiore dell’esercito nel 1914, conosciuto per le sue posizioni reazionarie, favorevole, tra l’altro all’uso della forza militare contro le folle), cui parteciparono molti di coloro che negli anni successivi sarebbero divenuti tra i principali protagonisti, sul piano operativo, della strategia della tensione.

A dirigere i lavori fu chiamato il tenente-colonnello Adriano Magi Braschi responsabile del Nucleo guerra non ortodossa dello Stato maggiore dell’esercito. Tra i relatori: Ivan Matteo Lombardo, socialdemocratico legato a Edgardo Sogno, Pino Rauti di Ordine nuovo, Fausto Gianfranceschi, ex Fasci d’azione rivoluzionaria, Giorgio Pisanò, Enrico De Boccard, ex Guardia nazionale repubblicana, Guido Giannettini, agente dei servizi segreti, Pio Filippani Ronconi, ex ufficiale delle SS italiane, e Alfredo Cattabiani, tra i massimi esponenti dell’integralismo cattolico.

Ad assistere ai lavori furono invitati anche una ventina di esponenti di Avanguardia nazionale, in prima fila Mario MerlinoStefano Delle Chiaie. Tra il pubblico anche Carlo Maria Maggi, il reggente di Ordine nuovo nel Triveneto, che sarà poi condannato per la strage del 1974 di piazza Della Loggia a Brescia. I convenuti poterono anche disporre di documentazioni curate dal Centro alti studi militari e dello Stato maggiore difesa.

Vorrei che ci si soffermasse sui nomi di cui sopra e dell’ambiente da cui provenivano e di cui facevano parte:

persone che erano o erano state ai vertici dell’Esercito, ex SS, fascisti, servizi segreti, ex partigiani di destra, cattolici integralisti.

Continua Ferrari:

Furono dunque i vertici militari italiani a trasmettere la cultura della «guerra non ortodossa» ai gruppi neofascisti. Non trascurabile fu il ruolo dell’Istituto Pollio, che non si limitò a organizzare convegni, svolgendo una funzione di collegamento dello Stato maggiore dell’esercito con l’estrema destra nel quadro di una cooperazione civili-militari in funzione anticomunista. Una cooperazione che, alla metà degli anni Sessanta, usciva dal piano delle mere elaborazioni teoriche per passare su quello delle realizzazioni pratiche.
La strada verso la stagione delle bombe e delle stragi era ormai aperta. A guidarla, un ampio schieramento reazionario composto da militari, da apparati di intelligence e di polizia, da settori del mondo economico e politico, con i fascisti sussunti in veste di manovali.

Quanto dice Ferrari non è frutto di “teorie complottiste”, ma è quanto emerge da anni di processi, che anche se non sono riusciti a portare a delle condanne, hanno però messo in luce definitivamente chi e perché fu, per esempio, attuata la Strage di Piazza Fontana. Dice il giudice Salvini:

Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusesi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani.

Ciò non significa che non siano stati individuati dei colpevoli:

Almeno un colpevole c’è anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005. Si tratta di Carlo Digilio, l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.
[…]
Ma in tutte le tre ultime sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all’ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione.

Quando si dice che della Strage di Piazza Fontana “non si sa la verità” si mente sapendo di mentire. Della Strage ormai si sa quasi tutto. Per esempio:

L’elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda che fu coinvolto nell’acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e “provvidenziale”. Perché Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timers poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.
Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato.
[…]
Il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer di una precisa marca che mise nelle valige insieme con l’esplosivo procurato probabilmente dal gruppo veneziano che disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate ad esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli attentati minori all’Altare della Patria. Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale in piazza della Scala non esplose, l’altra alla banca dell’Agricolura, in piazza Fontana, provocò la strage.
Entrambi gli obiettivi,le banche e l’Altare della Patria, potevano essere letti in una chiave anticapitalista ed antimilitarista in modo da far ricadere la colpa sugli anarchici ed in genere sulla sinistra.

La copertina del libro "La strage di Stato", che per primo smarcherò il connubio tra pezzi dello stato e fascisti nella Strage di Piazza FontanaPiazza Fontana fu l’inizio di una strategia – la Strategia della tensione, appunto, – atta a destabilizzare il paese, a creare il terrore – quindi fu Terrorismo – per evitare che le forze progressiste del paese potessero diventare maggioritarie. E, come si urlava nei cortei fino a pochi anni fa (spero ancora oggi), “le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni”: uno slogan che sintetizza perfettamente quello che Ferrari e Salvini spiegano sopra con dovizia di particolari.

La strategia della tensione ha ucciso centinaia di innocenti, per poter mantenere lo status quo e non permettere agli italiani di compiere quel cambiamento che con 1968 – ’69 stava iniziando.

Terrorismo di Stato.

Toni Negri su Francia, Isis e guerra alla jihad

Di seguito l’intervista a Toni Negri su Francia, ISIS e guerra da parte del sito Lettera43, poi cancellato forse perché troppo fuori dal coro. Visto che qui stare fuori dal coro è considerato un pregio, ecco ricopiato l’articolo e l’intervista per intero.
Lo potete trovare qui, grazie a Google Cache:

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:http://www.lettera43.it/esclusive/toni-negri-su-francia-isis-e-guerra-alla-jihad_43675224045.htm


Parigi ha dimenticato le banlieu. E ha sottovalutato le loro proteste. Ora dichiara guerra «ai suoi stessi cittadini». Toni Negri a L43: «Qui la laicità è un mito».

 di 19 Novembre 2015

«Siamo in guerra», ha detto il presidente francese François Hollande dopo le stragi di Parigi. Una guerra «giusta», si è sostenuto, perché siamo stati attaccati. E ogni attacco legittima una difesa, come prevede la comunità internazionale dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite all’articolo del Trattato Nato.
Già ma difenderci da chi? Chi è il nemico?
UNA GUERRA CONTRO SE STESSI. «La guerra proclamata contro l’Isis», spiega a Lettera43.it Toni Negri, filosofo e professore universitario che vive da anni a Parigi, «è stata dichiarata contro cittadini francesi, belgi, europei. Questa era la nazionalità dei terroristi che hanno compiuto atti orribili e ingiustificabili.».
E dire che, poco prima degli attentati, in Francia infiammava il dibattito se fosse lecito o meno ammazzare con droni cittadini francesi in territorio straniero. Polemica scatenata dall’uccisione in Siria di due britannici che si erano uniti alla jihad.
ADDIO CONCETTO DI CITTADINANZA. «Tutto questo è paradossale, surreale», sottolinea Negri, «si trattava di un dibattito sulla natura stessa della Repubblica. Il concetto di cittadinanza è sacro, non può essere calpestato da pratiche di eccezione., soprattutto se sporporzionate e non riferibili a una giustiazia nazionale».
Poi però sono arrivati l’orrore del Bataclan, le sparatorie fuori dai ristoranti e dai caffè, i kamikaze allo Stadio, l’assedio tragico a Saint-Denis.
E la prospettiva, per molti, è cambiata.

Immagine di Toni Negri

 

  • Toni Negri.

DOMANDA. Professore, esiste una ‘guerra giusta’?
RISPOSTA. Nell’Alto Medioevo questo concetto ha funzionato per giustificare l’espansione del cattolicesimo imperiale.
D. E ora?
R. Era giusta la guerra del 1914? E quella del 1939? Ho forti dubbi. Erano guerre, è vero. Ma i motivi che le hanno scatenate non si possono certo definire giusti.
D. Non vale nemmeno per il diritto di difesa?
R. Il solo fatto che una guerra sia considerata giusta da alcuni e ingiusta da altri è la negazione stessa del concetto di giustizia.
D. Hollande ha dichiarato guerra all’Isis. Cosa ne pensa?
R. In realtà si tratta di una guerra contro cittadini francesi, belgi, europei: questi sono i terroristi. Il sospetto è che dietro a tutto questo ci siano altri interessi.
D. Quali?
R. Il petrolio, per esempio. Il controllo prima economico e poi politico di una regione che dal 2001 è stata fatta sprofondare nel caos più totale da altre guerre asimmetriche, preventive.
D. Cosa intende per asimmetriche?
R. Dichiarate unilateralmente, combattute da una parte con strumenti tecnologici maturi e dall’altra da formazioni partigiane, di resistenza dopo il disfacimento di eserciti, come quello iracheno, di origine coloniale o subalterni alle potenze occidentali.
D. Stiamo pagando le conseguenze delle campagne dei Bush?
R. Gli Stati Uniti con la loro insipienza hanno ricercato il caos necessario alla loro politica nel momento in cui è terminata la loro supremazia. Ai ‘bordi dell’Impero’ era funzionale mantenere guerre e scontri per ritardare un riequilibrio o, forse, l’instaurazione di un equilibrio alternativo.
D. Poi però la situazione è scappata di mano…
R. La lotta al socialismo e al comunismo non solo dell’Iraq ma dei Paesi della fascia sciita ha comportato lo svuotamento della società. A quel punto i religiosi, invece di soffrire in terra per guadagnare un posto in cielo, hanno comunciato a combattere.
D. Un contesto ideale per la proliferazione e lo sviluppo del radicalismo islamico.
R. L’Isis di fatto in quest’area ha sostituito il welfare dopo 10 anni di distruzione.

«Parlano di Grandeur e di Montaigne, ma nelle banlieu…»

D. Questo discorso vale anche per le banlieu francesi?
R. Sì, lo stesso è accaduto nelle periferie nel 2005. Solo che in quel caso a bruciare erano solo le automobili.
D. I protagonisti in quel caso erano i ragazzi di terza e quarta generazione di immigrati.
R. È così. Agivano o protetti dagli adulti o contro di essi, fregandosene dei loro richiami all’ordine.
D. Frustrazione, rabbia, desiderio di rivalsa. Ma quale è la causa vera di quegli scontri?
R. La fine del lavoro fordista ha causato una riorganizzazione da cui questa fetta di popolazione è stata di fatto tagliata fuori.
D. Si spieghi meglio.
R. Mentre il proletariato della banlieu era inserito socialmente, via via è stato escluso dalle nuove formazioni dell’economia cognitiva.
D. Per fermare gli scontri il governo si limitò a reprimere.
R. I governi se ne sono fregati. E ora è orribile vedere un ragazzo che si fa esplodere uccidendo altre persone spinto non solo da una organizzazione che lo ha indottrinato e reclutato, ma anche da condizioni seconde.
D. Rabbia e frustrazione sono un humus perfetto per il radicalismo islamico.
R. Basta vedere la condizione delle scuole frequentate da questi ragazzi.
D. Quale è la situazione?
R. Sono istituti invivibili, e non solo dal punto di vista strutturale, con 40 persone per classe…
D. Per cosa ancora?
R. Per l’estraneità a cui sono relegati. Qui in Francia si parla ancora di Grandeur, di Montaigne, di Philosophes. E invece siamo di fronte a un’incapacità pedagogica.
D. La famosa laicità francese sta presentando il conto?
R. Ma quale laicità… è una balla, un mito. Il Dio supremo di Robespierre non lo ricorda nessuno (la Ragione, ndr)?
D. In che senso è una balla?
R. Nel senso che è presente nella cultura francese una corrente di pensiero estremamente laica. Ma moltissime persone vanno in chiesa, ci sono movimenti cattolici forti e una destra che richiama alle radici cristiane.
D. E la battaglia contro il velo?
R. Campagne che in realtà sono sostenute da sottilissime minoranze. Eppure hanno portato a pressioni ideologiche dagli effetti disastrosi, sono come piccole punture di spillo continuamente riprodotte.
D. Insomma, mi sta dicendo che sono state un boomerang.
R. In Francia sono stati distrutti movimenti di immigrati politicamente attivi e si è fatta passare l’equazione religione uguale fanatismo. Basta vedere le reazioni sugli autobus e in metro davanti a una donna velata: il disprezzo e il sospetto sono palpabili…

«Il concetto di guerra come lo conoscevamo non esiste più»

D. Tornando agli attacchi di Parigi, parlare di guerra, nella lotta al terrorismo, ha senso?
R. Mi chiedo solo: «Ora dove stanno i nemici? E gli amici?». La guerra è sempre sbagliata. Ma in passato il nome guerra aveva un fronte, un Piave. Ora siamo in una palude.
D. Tra l’altro il primo ministro Manuel Valls ha lanciato l’allarme di nuovi attacchi chimici e biologici.
R. Vorrei sapere chi li scatena e chi possiamo punire.
D. Si è detto che questa è una guerra non convenzionale. Cosa ne pensa?
D. La stessa definizione del diritto di guerra così come è uscito dalla pace di Westfalia,che nel 1684 pose fine alla guerra dei Trent’anni, non ha più alcun senso. E non parlo solo delle regole della guerra, ma anche del trattamento dei prigionieri per esempio.
R. Quando è saltato?
D. Nel 2001 gli Usa hanno deciso di scatenare una guerra asimmetrica. Adesso stiamo assistendo alla conseguenza della distruzione delle frontiere su cui si basava il diritto internazionale. Lo dimostra l’esodo dei migranti: è impossibile stabilire i confini.
D. È da allora che non si può più parlare di guerra ‘tradizionale’?
R. Da quel momento la guerra è stata di polizia, non di eserciti. Persino James Bond farebbe ridere. Si tratta di una guerra che legittima l’uso dei droni.
D. Cioè?
R. Il drone è un esempio, un simbolo. Dietro c’è un conflitto che è fuori da ogni categoria che finora abbiamo utilizzato.
D. Crede che assisteremo a una nuova definizione di guerra?
R. Francamente non so se arriveremo a questo. Del resto Westafalia mise fine a guerre scatenate in nome della religione che insanguinarono l’Europa.
D. Quando dichiara guerra Hollande cosa sta facendo?
R. Solo retorica. In realtà stiamo assistendo ad azioni di vendetta e repressione che ci riportano indietro a prima del diritto europeo. È più simile a un regolamento di conti tra tribù, quelle che noi definivamo Barbari.
D. Cosa possiamo fare a questo punto?
R. La situazione è drammatica e angosciante. Ogni riferimento a categorie passate non coglie la realtà dei fatti. Possiamo solo cercare di difenderci come possiamo, evitando che le cause che hanno portato a tutto questo si ripetano.
Twitter: @franzic76